Ho capito di volare quando ho compiuto vent’anni.

I venti sono l’età in cui uno prende il volo su ali fatte di progetti ancora da sottoporre a test di sicurezza. Prendi una bella rincorsa alla soglia dei 18 e spicchi il balzo senza minimamente pensare all’atterraggio.

Già ai 25 ti rendi conto che si tratta piuttosto di planare.

A 30 realizzi che è quella cosa che diceva lo sceriffo Woody nel ’95: cadere con stile.

Ma crescere è una cosa fenomenale e non c’è nulla di male nel perdere certi stimoli, perché se ne guadagnano molti altri. E’ naturale.

 

A 20 anni l’energia che ti porta a decollare è dirompente e, spesso, non viene dirottata solo in funzione del decollo.

Se avessi potuto trasformarmi in un aereo alla soglia dei 19 anni e 364 giorni avrei fatto 80 volte il giro del mondo in un solo giorno. Controvento e contro la rotazione terrestre, alla facciaccia di Verne. Ma spesso e volentieri la mia attenzione veniva dirottata su deviazioni di percorso e quindi incappavo in un litigio con un professore, con una compagna di università, con i miei genitori, con mia sorella o con la vicina di casa.

Di base, litigavo molto a vent’anni.

Non perché fossi particolarmente collerica (quello solo una settimana, una volta al mese e, per inciso, chiunque tocchi il mio cibo in quel periodo delicato è m-o-r-t-o), ma perché volevo riaggiustare il mondo. A modo mio, è naturale. Ogni ventenne pensa “a modo suo”, non si ha il tempo di star fermi a pensare come farebbero gli altri, per quello c’è la pensione (che comunque la mia generazione non avrà mai, perciò a come fanno gli altri noi proprio non ci penseremo affatto). A vent’anni si è come i colibrì: se ci si ferma per più di 10 minuti si muore, ecco perché a casa la sera non ci stiamo mai, perché saltiamo le lezioni all’università, perché a letto siamo come i conigli, perché riusciamo a combinare università, sport, vita familiare e vita sociale (se non li combiniamo è solo perché preferiamo una cosa all’altra, non lasciatevi ingannare dai nostri occhioni ancora privi di rughe).

Quest’idilliaco periodo di tempo dura all’incirca 6 mesi, che sono solitamente i primi 6 mesi di università. Poi il fegato collassa, le cervicali s’inchiodano, il corpo non riesce più ad espellere l’alcol in eccesso in meno di 48 ore (fondamentalmente questa è la ragione che pesa più di tutte le altre, nel bilancio generale) e ci si rende conto che i vent’anni sono un’età trabocchetto perché la maggiore età è tutta una gran figata fino a quando bisogna prendersi le proprie responsabilità per come si gestisce il proprio corpo.

Le responsabilità arrivano prima o poi. È naturale.

In linea di massima arrivano appunto a 20 anni e 6 mesi. Allora non si vola più, si plana. Si plana dal letto al tavolo della colazione, lì non basta più un caffè, ne servono trenta. Si plana a lezione e nonostante l’entusiasmo si riaccenda ancora ad intermittenza, tra una lezione e l’altra, come le lucine di Natale (e si accende alle pause quando si intrattengono rapporti sociali con l’altro sesso, volti a trasformarsi in rapporti che iniziano sempre per s, ma non finiscono in “ociali”), possiamo affermare che la gran voglia di andare a lezioni cominci ad affievolirsi, motivo per cui appena si riesce si plana a fare aperitivo. Dopodiché si plana a comprare la pizza da asporto, si plana in un qualche locale malfamato in cui non serve ancheggiare e muoversi ad un qualche ritmo per passare la serata. Infine si plana verso casa e verso il letto.

Verso i 30 anni sul letto, più che planare, ci si finisce di peso. Uguale sul divano e … beh, e basta, perché a 30 anni all’università o non ci si va più, o non ci si è mai andati o ci si ritorna per nostalgia o perché non si sa come impiegare il tempo libero, o per una crisi di quasi-mezz’età o ci si va ancora ma si bruciano le lezioni, quindi non ci si va (o si studia medicina, ma io non indago su quelle povere creature dal fato tanto funesto).

Insomma, si perde un grosso quantitativo di leggerezza, negli anni, ma come dicevo si guadagno anche un sacco di cose.

È, in fin dei conti, uno scambio abbastanza equo. Se prima il prossimo, con i suoi misteri e il suo essere così diverso, ci affascinava tanto da spingerci all’interazione ora, forti dell’esperienza acquisita, si sa già come andrà a finire: male. Sempre e comunque. E questo crea una divisione nella specie umana. È naturale.

A questo punto dell’esistenza si creano due filoni: quello che antropologicamente perde ogni speranza e si rintana nelle serie tv come le talpe fanno nella terra d’inverno; quelli che, nonostante tutto, ancora sperano in un domani migliore e al proprio prossimo danno sempre un’opportunità in più.

Vi dico solo che Breaking Bad è stu-pen-do e non parliamo di Better Call Saul che è la ciliegina sulla torta, Utopia ha una fotografia pazzesca (in più sono solo 6 puntate a stagione, dai guardatelo!), Downton Abbey è… beh c’è Maggie Smith, che volete di più? White Collar mette insieme il fascino dell’arte con quel pezzo di gnocco che è Matt Bomer travestito da cattivo ragazzo (anche non troppo travestito in alcune scene), e infine Game of Thrones è quello che tutti sanno (pure quelli che non lo guardano lo sanno).

 

Ma non prendetemi per cinica, io nell’umanità ci credo ancora.

Ma solo fino a venerdì. Venerdì esce la seconda stagione di Stranger Things.

 

E non prendetemi neanche troppo seriamente, suvvia, che al momento io sto planando tra i 20 e i 30 e faccio solo dell’ironia sul passato e sdrammatizzo il futuro. È naturale!