– Mi sudano le ascelle. –

Lo dicesti con così tanta noncuranza, come se in realtà ci conoscessimo da sempre. Lo dicesti, e quest’impressione non riuscii mai a togliermela dalla testa, come se io fossi davvero interessato alle tue ascelle e ti avessi chiesto qualcosa in proposito.

Io, le tue ascelle, non le conoscevo. Non ancora. Non conoscevo nemmeno te, in effetti. E tu non conoscevi me, ma non davi affatto quest’impressione.

E tutti in quel momento si girarono, perché tu non eri affatto timida o educata e quindi lo dicesti con un tono di voce normale, come quando si entra in un’aula e si saluta chi c’è dentro. Ecco, tu entrasti nell’aula, ma parlasti delle tue ascelle a me con lo stesso tono che avresti usato se avessi voluto chiedere scusa per il tuo ritardo.

Il professore non ci fece caso, lui era tutto impegnato a parlare di Jeff Koons, della Abramovic e di come l’arte contemporanea si intersechi ormai con i concetti base del consumismo. Gli altri ci fecero caso eccome, perché alla lezione non prestavano ascolto. Per vari fattori, ovviamente. Era il primo giorno di università, il professore sembrava pazzo, faceva un caldo soffocante e tu eri bellissima e in più te n’eri entrata nella vita di tutti noi poveri disgraziati, lì stipati come sardine, con una frase che riusciva ad essere senza senso e intima allo stesso tempo.

Non trovai altra soluzione che tossire nervosamente, senza sapere che fare.

Tutti presumevano già che io ti conoscessi; lo sentivo, il rumore dei loro pensieri che elaboravano questa rapida successione di pochi elementi per concludere che noi dovevamo per forza conoscerci, altrimenti tu non avresti detto niente del genere.

– Tu l’hai trovata subito l’aula? –

Non poteva essere, eppure eccola lì, una seconda frase per me.

– Sì, ho chiesto giù in segreteria. – risposi.

Mormorasti qualcosa sulla segreteria e sul fatto che non sapevi che ci fosse. E forse aggiungesti qualcos’altro sulle tue ascelle, questo non lo ricordo bene perché mi ero concentrato sulle tue tette.

Non che fossero enormi, eh, erano giuste, ma praticamente erano sotto gli occhi di chiunque. Ed era palese che se ne stessero lì, in una scollatura troppo grande, non perché tu le volessi mostrare al mondo, ma forse perché quella maglietta ti era piaciuta talmente tanto che te la saresti messa anche se non ti fosse stata bene. Eri un’accozzaglia di cose sconnesse, scomode, inusuali, che però in te trovavano una sorprendente armonia.

Non sono sicuro di essermi innamorato di te seduta stante.

Forse all’inizio era più che altro curiosità. Sembravi un po’ un animale esotico. Velenoso, ma anche molto divertente da osservare.

 

Tutto è iniziato molto in fretta e si è incastrato tutto molto naturalmente. Dall’aspettarci per andare in mensa siamo passati all’invitarci fuori a cena. Dallo studiare insieme siamo passati alle passeggiate. E’ buffo come io non ricordi esattamente cosa abbiamo fatto, ma mi rimanga, di tutto questo, solo l’incredibile naturalezza con cui tutto accadeva.

– Una coppia dovrebbe sempre saper crescere in una qualche direzione. Altrimenti si muore in due. – te ne uscisti un giorno.

Come al solito non afferrai subito quello che mi stavi dicendo. Non lo capivo, non so come. Non capivo mai quello che mi dicevi. Non subito, almeno. Ci arrivavo sempre qualche tempo dopo, di solito si trattava di secondi, a volte però di secoli. Forse perché queste tue sentenze sul mondo che ti circonda sono sempre così perentorie e così profonde che mi mettono sotto il naso cose che non saprei riconoscere da solo e allora è come se io fossi immerso nella nebbia e tu fossi il soffio di vento che fa chiarezza. Ci impiego un po’ a mettere a fuoco questi tuoi ragionamenti. E quando capii quello che avevi appena detto non capii perché tu lo avessi detto. Era così ovvio. Crescere, certo. Amarsi voleva dire crescere, in fondo, no? Noi ci amavamo tanto e ogni giorno questo sentimento cresceva, come cresceva la voglia di fare cose insieme, di costruire qualcosa di duraturo. E allora perché tu avevi sentito il bisogno di puntualizzarlo? Non ci diedi peso, a volte sei così stramba che l’unica cosa che si può fare è constatare che sei stramba e che l’esser stramba fa parte della tua natura e allora come uno zoppo zoppica tu, che sei stramba, dici cose strambe. Ma quella non era una delle solite cose strambe che dici. No, era una cosa importante e lo capii solo in seguito.

La prima volta che litigammo fu stramba anche quella.

Non per il motivo, quello neppure lo ricordo. Era semplicemente assurdo che noi stessimo litigando. Ricordo che non successe dopo molto che ci mettemmo insieme, qualche mese forse. E stavamo parlando di altro, non di noi due. Ad un certo punto realizzai nella mia testa: -Ma stiamo avendo una discussione… –

Vedi, il punto è che suonava talmente irreale. Hai presente quando accade che piove, ma se sollevi lo sguardo non ci sono nuvole in cielo? Era irreale nello stesso modo: accadeva, ma non poteva essere vero al contempo. Noi che ci amavamo così tanto non potevamo litigare! Certo, delle divergenze è normale averle, ma litigare, davvero? Noi?

Purtroppo quel senso d’irrealtà si creò solo quella prima volta. Litigammo anche altre volte, e non ce ne stupimmo più. Che sciocchezza, mi avrebbero detto tutti, è normale litigare! Ma io credo non sia sano pensare che litigare sia normale. Non porta a niente di buono pensare che litigare sia normale. Non deve essere normale.

 

Ci fu un periodo in cui litigammo spesso, più spesso di quante volte facevamo la pace.

Più spesso di quanto facevamo l’amore. Troppo spesso, in effetti. C’era un senso d’impotenza così grande, quando litigavamo in quel modo. Mi sentivo come se in realtà nessuno dei due volesse, come se fossimo costretti a fare da marionette ad un qualche regista pazzo. Sentivo una ghigliottina di ghiaccio scendere lentamente tra noi due e se ne stava lì senza sciogliersi. E allora capii quello che intendevi sulle coppie che devono sempre crescere.

Lentamente stavamo morendo. Crescere allora non voleva più dire semplicemente amarsi e voler stare insieme, aveva preso un significato molto più dettagliato e molto più fondamentale: crescere era la volontà di riparare le fratture, di comprendere senza sfumature, di rimettersi in gioco senza rancore. Crescere era la cosa più difficile che mi fossi mai imposto di fare. Potevamo farcela? Io, a dirti la verità, non ne avevo la più pallida idea. Credo sia stato il fatto che non ho mai voluto ammettere a me stesso la possibilità che non ci fosse soluzione che ha creato la soluzione in sé.

Vedi, se ripenso alla nostra storia, è proprio come te: un’accozzaglia di cose sconnesse, che non si sarebbero mai verificate, non si sarebbero mai scontrate, se non fosse stato per la nostra volontà di stare insieme. Ed è stata la nostra stessa volontà a creare l’armonia dell’equilibrio.

Non so dirti quale evento sia stato più rilevante dell’altro, non so neppure dirti da quando ho iniziato ad amarti. Anche per questo ci sono arrivato dopo, in ritardo, come al solito. Un giorno ci ho pensato e non è che ho iniziato ad amarti da quel giorno, quel giorno ho semplicemente realizzato che da un periodo di tempo più o meno lungo io già ti amavo.

 

Ho capito che ci sono dei momenti in cui ci si deve svegliare dal torpore del quotidiano e che questi momenti per me arrivano sempre qualche momento dopo – secondi o secoli, appunto.

Ho capito che ci diciamo la bugia che siamo sempre vigili e attenti a quello che ci succede. Ma non è così. Molto spesso rimandiamo i ragionamenti che vorremmo fare. Per pigrizia, per paura, per svogliatezza… E così arrivano quei giorni in cui capiamo che è necessario un cambiamento, una presa di posizione, che si potrebbe si rimandare ancora, ma che non ha senso farlo. Ci sono dei momenti in cui ci si ferma un attimo, si riflette sul passato e si comprende che è giunto il momento di prendere una decisione chiara. E se faccio il calcolo di tutte le cose che ho deciso di fare posso fare un bell’elenco:

Ho deciso di stare con te.

Ho deciso di cedere all’amore che provavo per te.

Ho deciso di lottare per risvegliare quell’amore.

Ho deciso di tenerlo vivo ogni giorno, di non lasciare più che si sopisse ancora.

E decido ora di rendere queste decisioni permanenti e so che non lo posso dire oggi per domani e dopodomani. So che lo decido oggi e che domani mattina dovrò ridecidere se fare questa scelta o no. E così il giorno dopo e quello dopo ancora.

 

Non riuscivo a dormire, questa mattina.

Lo sai che le cose io le capisco sempre dopo e così si accumulano troppo e per fare ordine le devo scrivere.

Ma ora è tardi e devo andare a lavoro. Il bacio del buongiorno te l’ho dato, ma tu ancora dormi.

Buongiorno, amore, buon decimo anniversario.

Chiamami quando ti svegli,

 

ti amo,

 

A.